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È per questo tormento che dopo un periodo a Pavia città nella quale pareva aver trovato sé stesso Faruffini è andato da Milano, a Parigi Genova Roma accompagnato da una costante amarezza senza mai riuscire a precisare la sua poetica artistica passando da vari soggetti, mutando anche con la fotografia il mezzo espressivo dove in una foto giocata tutta su esiti ottenuti da contrasti di luce spicca la “Ciociara di spalle”.
Effetti che si ritrovano in pittura nei bellissimi “Lettrice” che restituisce l’immagine di donna (Clara) per i tempi emancipata dipinta rilassata mentre fuma una sigaretta davanti a un tavolino ingombro di libri nell’intimità della propria casa, e nell’autoritratto alla Galleria dell’Accademia di san Luca a Roma esempio di analisi luministica e psicologica centrata sullo sguardo e sulla volontà di cercare uno scambio con chi guarda che trasmette il suo bisogno di comunicare e la sua dolorosa nascosta personalità.
La “Ciociara di spalle”, la “Lettrice”, “L’autoritratto”; uno scatto e due quadri fatti non per essere venduti che probabilmente erano la sua cifra artistica quando poteva liberamente esprimerla che non consentiva però di vivere, da cui l’inquietudine e l’insicurezza che l’hanno spinto a non trovare mai un suo luogo fino a Perugia. Dove si suicida con il cianuro di potassio usato per sviluppare le fotografie non tanto per la miseria, quanto per “la sempre più angosciosa coscienza di avere smarrito l’orientamento, di aver definitivamente perduto la strada della verità” (Pietro Scarpellini).
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E che, nonostante la non immotivata nomea che Perugia ha di città chiusa verso gli altri, lo ha “adottato” considerandolo anche un suo pittore dedicandogli un monumento funebre al “Camposanto”, ospitando una piccola bella mostra del 2019 al Collegio del Cambio curata da Anna Finocchi, F. F. Mancini e Antonio Sgamellotti, e nel lontano 1985 dopo che era stata al “Festival dei due mondi” un’altra mostra a cura di Bruno Mantura.
Mostra sulla quale Pietro Scarpellini, dimostrando che i suoi interessi andavano oltre la storia dell’arte medievale, ha pubblicato uno scritto che fa rimpiangere che si sia interrotta la pubblicazione dei suoi scritti e di non poter leggere quelli sull’Otto-Novecento. Un saggio nel quale la definisce “una bella occasione quasi sprecata” motivando da conoscitore dell’opera di una personalità complessa e problematica come Faruffini.
Da allora sono passati molti anni e Perugia dovrebbe ricordarsi di nuovo e significativamente di questo figlio adottivo che in pittura, com’è scritto nel catalogo della mostra spoletina, è un “problema posto mai risolto” l’ha cercata essendo da lei accolto nel periodo più buio della sua vita.